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Montecorvino Rovella: tra luoghi da visitare e il miracolo della Madonna dell’Eterno

Con il termine “Corvinus” si indica la gens Valeria, antica famiglia romana della Magna Grecia aventi grandi possedimenti su questo territorio campano a nord della provincia di Salerno. I Romani nel 269 a.C. sconfissero i Piceni sulle coste dell’Adriatico e li trapiantarono in Campania tra i fiumi Sele e Sarno. A seguito dei vari accampamenti antropici, nacque Montecorvino. Terra ricca di storia e di testimonianze architettonico-paesaggistiche, presenta molti luoghi di interesse, di carattere architettonico, civile e religioso.

 

 

Tra i luoghi sicuramente da visitare il Monte Nebulano, che ci mostra ancora oggi i ruderi di un Castello, il cui nome è appunto Castello Nebulano, sorto probabilmente intorno al VI sec. d.C., dapprima come fortificazione in legno (lignitie) e poi rinforzato in fabbrica (fabrite) con i resti ben visibili di una grossa cinta muraria con Mastio, Vallum e Bassa Corte. Distrutto ben due volte nel 1137 e nel 1392 fu abbandonato definitivamente nel 1500.

 

 

Di carattere religioso, la Chiesa dei Santi Apostoli San Pietro e San Paolo (patroni di Montecorvino Rovella). Costruita nel 1274 sulle rovine dell’Abbazia di S. Simeone, distrutta da un incendio nel 1137, presenta annesso ad essa, il Palazzo vescovile che fu abitato stabilmente dal 1794, quando fu riconosciuta la Concattedralità con il Capitolo di Acerno, per cui il vescovo doveva risiedere per sei mesi a Montecorvino. Purtroppo il sisma del 1980 privò i montecorvinesi del bellissimo Duomo.

La Chiesa infatti sprofondò, si ripiegò sulle fondamenta riducendo in macerie altari, organo, fonte battesimale e tutto il resto. Rimase intatto il campanile, le statue dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, le cappelle del Crocifisso e del Sacramento, la Sacrestia. Grazie all’aiuto dei fedeli e al parroco Don Gerardo Senatore, nel marzo del 2002 è stato possibile, dopo 22 anni, rivedere aperto il Duomo.

 

 

La Chiesa si divide in tre navate: quella centrale dove si nota, in primo piano, l’altare maggiore e sopra di esso la bellissima tela di Angelo Mozzillo, del 1803, raffigurante S. Pietro che riceve le chiavi del Paradiso. Ai lati dell’altare si trovano le Statue di S. Pietro e S. Paolo.

 

 

Nella navata destra è situata la cappella del Crocifisso, fatta costruire dall’arcivescovo Venafra nel 1718, dalla quale è possibile accedere al campanile; molto bella è la maestosa cupola di questa cappella ed i quattro pennacchi raffiguranti gli evangelisti.

 

Nella navata sinistra vi è, invece, la cappella del SS. Sacramento, fatta costruire dalla famiglia Ventriglia, dove giacciono le spoglie del vescovo Nicola Ventriglia, morto nel 1708 e del suo vicario, Cristoforo Crollalanza, morto nel 1705. Rivolgendo lo sguardo verso l’alto si può ammirare la cupola del SS. Sacramento, dipinta con schema ottagonale.

 

 

Dalla navata sinistra si accede alla Sacrestia dove si può ammirare un variopinto soffitto: nella lunetta in fondo alla sala vi sono le Tre Marie ai piedi della croce; la composizione delle case nel verde sullo sfondo fa pensare alla Montecorvino di un tempo. Inoltre si può notare la scena della deposizione di Cristo nel Sepolcro e nella lunetta di fronte si ammira la Vergine col Bambino.

 

 

Situata nella frazione Gauro, la Chiesa del Santissimo Salvatore e Sant’Andrea  è l’edificio religioso più antico del comune. La parrocchia ha festeggiato l’800º anniversario nel novembre del 2010: la più antica testimonianza, infatti, della sua esistenza risale al 4 ottobre 1210. La domenica successiva al 6 agosto si commemora la Trasfigurazione del Cristo sul Tabor, antichissima consuetudine risalente alla seconda metà del Quattrocento, documentata già nel secolo XVI.

 

Punto di incontro di appassionati e studiosi, l’ Osservatorio Astronomico ” Gian Camillo Gloriosi “ sito alle falde del monte nebulano e costruito nel 1986. Svolge, da oltre un ventennio , un ruolo trainante per lo sviluppo culturale delle nostre aree, attraverso iniziative di divulgazione e annuali manifestazioni scientifiche di carattere internazionale.

 

 

Leggendaria, la storia inerente la Chiesa della Madonna dell’Eterno, la cui raffigurazione sacra è riportata, tra i monti, accanto al rivolo di un ruscello, dopo aver attraversato il boschetto del Monte Foresta. La storia racconta di un pastore, la cui mandria sostava in zona, cibandosi dei ricchi pascoli della zona, finchè un giorno, proprio la mucca più bella, alla quale era più affezionato il pastore, sparì. Era l’ora del tramonto, in un afoso sabato di agosto, quando il guardiano, riunendo le mucche, notò l’assenza della sua preferita.

 

 

Convinto che fosse deceduta, cadendo in un dirupo per sfuggire a qualche pericolo, o addirittura che fosse diventata pasto di un lupo, l’uomo cedette alla più profonda disperazione, prima di mettersi a pregare, rivolgendosi alla Madonna, posta in una piccola nicchietta illuminata da una lanterna al termine del sentiero di accesso al luogo, dove era solito recarsi con il pascolo.  Rassegnatosi, al momento di addormentarsi, nel buio della notte udì il muggito della mucca perduta e si catapultò nella direzione, ove cui proveniva il rumore.

 

Dopo aver percorso stradine impervie, i cui rovi, lacerarono i suoi vestiti, causandogli sanguinamenti, nel profondo di una gola, vide la mucca inginocchiata dinanzi una parete di roccia. Provò più volte a rimettere in piede l’animale, ma senza successo finchè inginocchiandogli, non ricominciò a pregare. E fu in quel momento che la parete di roccia crollò, senza causare danni e una luce fortissima illuminò tutta la grotta, che si era formata in seguito al crollo, permettendo al pastore di notare un rivolo d’acqua, che fuoriusciva dalla roccia.

 

 

Il guardiano, incredulo, osservò bene il paesaggio, dinanzi cui si trovava e notò l’immagine sacra della Madonna, che fuoriusciva dalla roccia. Subito piangendo per la commozione, si recò in paese, a raccontare l’accaduto ma non fu subito creduto, finchè il parroco e alcuni fedeli non si recarono personalmente, sul luogo del miracolo per prendere l’immagine e custodirla in chiesa. Ma l’indomani, al risveglio, i fedeli giunti per la santa messa, non trovarono l’effige sacra, gridando allo scandalo. Recatosi dal Vescovo, il parroco venne rassicurato, in quanto si trattava di un prodigio.

La Madonna infatti, gli era apparsa in sogno e gli aveva annunciato quello che sarebbe accaduto il giorno successivo: l’icona sarebbe ritornata sul luogo del rinvenimento sul monte Foresta ed i fedeli avrebbero trovato nello stesso luogo un manto di neve per quanto la Madonna volesse l’estensione di un tempio a Lei dedicato. Era la terza domenica di Agosto del 1623 e dinanzi l’accaduto grande commozione e lacrime, riempivano di gioia, i cuori dei fedeli.

Oggi è possibile ammirare l’icona sacra, proprio nel punto esatto in cui è apparsa. Il luogo facilmente raggiungibile a piedi, si trova alla fine di un piccolo boschetto, nei pressi della Chiesa sorta, in onore della Madonna. Il parchetto è ben attrezzato con tavoli da picnic e con una scalinata, fornita di passamaneria in legno, al fine di accompagnare il fedele, passo passo fino al luogo dell’apparizione.

 

Da vedere a Salerno: Forte la Carnale, detta anche la Polveriera

Il Forte La Carnale di Salerno è una torre cavallaria edificata sulla costa, nei pressi della foce del fiume Irno. Tale roccaforte fu realizzata nella seconda metà del cinquecento e fu realizzata allo scopo di difendere la città dalle incursioni saracene. Il Forte La Carnale fu costruito dall’imprenditore Andrea Di Gaeta di Coperchia ed originariamente sorgeva direttamente sul mare. Si trova a poche centinaia di metri dalla foce del fiume Irno ed è relazionata come sistema difensivo con le “Torri costiere” di Angellara, Torrione e Vietri. La struttura della Carnale è a pianta quadrata con merlature e presenta, nella parte superiore, un torrino per l’alloggio dei soldati. Il suo nome deriva da una battaglia Longobardi e Saraceni avvenuta intorno al 872, attorno al promontorio su cui sorge il forte e che si risolse in una strage di questi ultimi: “una Carnale (carnaio)” appunto. L’edificio viene chiamato anche “la Polveriera”, giacché nell’Ottocento era adibito dai Borbone a deposito militare di munizioni. Il forte La Carnale fu teatro della strenua difesa di Salerno da parte del cosiddetto “Masaniello salernitano”, Ippolito di Pastina, ribellatosi contro i soprusi degli Spagnoli nel Seicento: Ippolito scelse di dislocare il “Comando Popolare” della sua rivolta nell’antico forte La Carnale nel 1647 per quasi un anno.

Successivamente il Forte La Carnale divenne una munita fortezza borbonica nel 1828, e se ne servì come osservatorio di manovre militari Francesco I. Dopo l’Unità d’Italia e fino al 1924 fu adibito a deposito di munizioni. Nella seconda guerra mondiale fu rinforzato con “bunker” e subì molti danni durante lo sbarco di Salerno nel settembre 1943. E’ stato completamente ristrutturato negli anni ottanta con due livelli provvisti di saloni per mostre ed esposizioni culturali, belvedere e locali di ristoro dotati di ascensore panoramico, si tengono concerti e riunioni di varia natura. Dalla sua terrazza, nelle giornate di bel tempo e con ottima visibilità, è possibile ammirare un panorama molto vasto che va dalla costiera amalfitana a quella cilentana. Infine, il Forte, dopo la crescita urbana di Salerno negli anni cinquanta, ha avuto una piccola area verde al livello stradale sul lato lungomare. Tale area era diventata degradata negli anni novanta, successivamente tale area è stata riqualificata dall’Amministrazione Comunale di Salerno.

Alla scoperta del complesso monumentale di Santa Sofia

Il complesso monumentale di Santa Sofia, situato a Salerno in piazza Abate Conforti, è stato realizzato alla fine del X secolo quale primo monastero dell’Ordine Benedettino dedicato a Santa Sofia. La chiesa fu costruita dai Gesuiti agli inizi del XVII secolo e, fino al 1868, fu intitolata al Salvatore. Questo luogo di culto fu costruito sui resti di un’antica chiesa edificata intorno all’anno 853 dal vescovo Bernardo in onore “Domini et Salvatoris” e su un complesso di case e giardini mentre, per la costruzione della Piazza Abate Conforti, fu necessario l’abbattimento di un’altra chiesa intitolata a San Grammazio. I lavori di costruzione durarono molto a lungo, la cupola fu completata solamente nel 1716. Ridotta ad un cumulo di rovine in seguito alle soppressioni napoleoniche la chiesa fu completamente restaurata in stile neoclassico dall’arcivescovo Marino Paglia nel 1850 per poi essere restituita ai Gesuiti che la tennero fino al 1860. Nel 1868 fu affidata alla confraternita laicale della Santissima Addolorata che è l’attuale proprietaria. Per quanto concerne invece il monastero fu fondato nell’XI secolo dal conte Guaiferio e nel 1100 divenne di proprietà della Badia di Cava dei Tirreni. Nel 1309 divenne sede delle monache benedettine provenienti dal monastero di San Liberatore, che vi rimasero fino al 1589, anno in cui si trasferirono nel monastero di San Giorgio. In seguito il monastero passò ai gesuiti che vi rimasero fino al 1778 quando fu ceduto ai padri carmelitani dal Papa Clemente IX. Successivamente in seguito ad un decreto napoleonico il monastero fu soppresso divenendo prima sede del Tribunale Civile e poi nel 1938 scuola statale. Il complesso è attualmente utilizzato quale sede per la realizzazione di eventi, mostre e manifestazioni. Ha ospitato mostre di pittori e personalità di rilievo internazionale.

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